TROPPILIBRI (ovvero le confessioni di un lettore caotico) di Nepo Doppeltec

2Aj1aaYh5j86.jpegDurante le festività di fine anno, un po’ depresso dei primi segnali del generale inverno, entro in una fase di letargo domestico e, quando riesco a evitare l’insidia dei pisolini, non mi resta che la lettura. Veramente io discendo da una nobile stirpe di gastronomi, ma sono sempre stato l’unico negato a proseguire in questo splendido mestiere di famiglia, tanto che ancora oggi mi è più o meno vietato di sorpassare la soglia della cucina. Quindi, non potendo occuparmi della preparazione di manicaretti e sapendo bene cosa ci propinano in questi giorni la tv o il cinema (Gesù Bambino ci scampi…), cerco rifugio nei libri.

Il gruppo di lettura dell’Associazione Naviglio Piccolo, che bazzico di tanto in tanto, ha scelto un classico per le vacanze di Natale. Veramente mi aspettavo qualcosina zeppa di sentimenti di stagione, tipo Dickens. E invece dal cilindro è uscita una scelta che più laica non si può: Goethe, Le affinità elettive. Le riletture, si sa, sono spesso dei piaceri sublimi, ma anche delle ottime occasioni per … fare le pulci ai più grandi. E allora diciamolo pure: il nostro è indubbiamente geniale, ma un po’ pallosetto e questo capolavoro senile pubblicato nei primi anni dell’Ottocento ha un sapore molto settecentesco (così aristocratico, così filosofico, così zeppo di frammenti diaristici o epistolari…). Mi sono sentito ancora affascinato dallo stile di certe meditazioni scientifico-trascendentali e dalle descrizioni di certi e2f36286c0e74755adb16c4007472d56_big.jpgpaesaggi, ma non sono riuscito a provare molta simpatia (come era accaduto alla prima giovanile lettura) per nessuno dei quattro personaggi principali, che sembrano piuttosto figure astratte, simboliche di un magico gioco di scacchi (osservazione fatta per primo da Thomas Mann, uno che venerava Goethe). Eppure quei fantastici quattro che incrociano le loro passioni potrebbero essere presi per gli antenati degli scambisti contemporanei, che per esempio abitano le pagine quasi porno di un best seller di qualche stagione fa, Le particelle elementari di Michel Houllebecq. Però leggere Goethe è sempre un gran viaggio, più che in orizzontale, in verticale: verso altezze e profondità sbalorditive. E le sue Affinità in particolare sono l’opera letteraria che segna la fine delle religioni istituzionali e la nascita di un Dio-Natura degli scienziati moderni, profetizzato circa un secolo prima dal filosofo ebreo-olandese Baruch Spinoza. Non a caso il nostro geniale crucco indicava con sicurezza i tre grandi spiriti che lo avevano maggiormente influenzato: Shakespeare (la passione per il teatro), Linneo (quella per la botanica) e Spinoza (quella per il libero pensiero).

IMG_7625.jpgPer una coincidenza davvero magica, appena prima della rilettura goethiana, la mia morbosa curiosità mi ha spinto ad affrontare un romanzone storico intitolato Il problema Spinoza. L’autore è l’81enne Irvin D. Yalom, illustre psichiatra che negli ultimi 20 anni si è scoperto una vena da scrittore e ha costruito dei fortunati romanzi-biografie, anche con l’intento di promuovere al meglio la sua teoria di “psicoterapia esistenziale”. In realtà il suo ultimo lavoro propone due vite parallele: quella del grande filosofo seicentesco, scomunicato dalla sua comunità ebrea e destinato a un’oscura vita da solitario studioso e quella del colto teorico del nazismo Alfred Rosenberg, per tutta la vita perseguitato dalla sua ambizione e dall’ammirazione per Spinoza, genio filosofico che incomprensibilmente per lui proveniva da una “razza inferiore”. Quest’ultimo morirà senza vedere ancora pubblicate le sue principali opere, mentre Rosenberg verrà processato a Norimberga e impiccato come uno dei maggiori responsabili della Shoah. La mia curiosità di lettore è stata soddisfatta da un notevole bottino d’informazioni storiche sia sui tempi di Spinoza sia sul nazismo, ma la scrittura di Yalom mi pare un po’ troppo carica degli artifici tipici della fiction e a tratti la pedanteria si sparge come una nebbia che rende tutto il mondo opaco e uniforme. Insomma non è uno scrittore geniale: dalla sua penna non uscirà mai un libro come Limonov di Emmanuel Carrère.

E per quanto riguarda il mio “vizietto” di divoratore di poesia? Stavolta sono state principalmente letture paley11.jpglegate a un progetto che da tempo mi frulla in testa: le vicende quasi parallele dei musicisti del bebop e dei poeti della beat generation, tra gli anni 40 e i 50. Così ho ripassato i pazzi versi di Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, Snyder, Kerouac. Di quest’ultimo ho ripreso in mano anche il leggendario Sulla strada, mia amena lettura giovanile; e devo dire che, a parte una certa simpatia per quel branco di vagabondi sgangherati e impasticcati quanto basta, la sua prosa mi è parsa un po’ invecchiata, forse più delle migliori poesie… E tra queste ho scovato i lavori poco noti delle donne di quella generation (che molti considerano solo al maschile): come, ad esempio, Diane Di Prima o Denise Levertov. Negli stessi anni al Greenwich Village viveva Grace Paley, coetanea dei beatnicks ma assai più presa dal suo impegno politico che dalle loro sbronze e dalle feste scandalose. Molti conoscono la Paley (scomparsa nel 2007) come autrice di splendidi racconti, ma qualche tempo fa è uscita anche in Italia una sua raccolta di versi, Fedeltà, che conferma il suo valore come poetessa. D’altronde la scrittura in versi era stato il suo primo amore e Grace non l’aveva mai abbandonata, come mai ha abbandonato quel linguaggio quotidiano e quei colori malinconici con i quali dipingeva la vita degli umili in un Village che purtroppo ora non c’è più. N.D.MI PIACE facebook.jpg

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TROPPILIBRI (ovvero le confessioni di un lettore caotico) di Nepo Doppeltecultima modifica: 2012-12-30T17:37:00+00:00da coolmag
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